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Rete Radié Resch di solidarietà internazionale
Lodi dicembre 2007

Carissimi amici e amiche

Al centro della nostra storia come Rete Radié Resch sta la risposta a una
fondamentale domanda di giustizia. Nel tentativo di rispondervi abbiamo
scoperto che i meccanismi dell'ingiustizia e dell'impoverimento del Sud,
sono nel Nord, nelle nostre economie, nei nostri modelli di consumo. Per
immaginare un cambiamento, e possibilmente innescarlo, bisogna che noi
cittadini del Nord del mondo deponiamo nelle nostre menti e nell'agire
quotidiano i semi di un futuro diverso. Da dove partire, concretamente,
nella nostra semina? Dall'alimentazione, cui siamo chiamati ogni giorno.

Noi apparteniamo a quella porzione di umanità che, in generale, mangia in
abbondanza; abbiamo esperienza della sazietà, non della fame. Forse c'è
ancora chi pensa che il problema della fame nel mondo non ci riguarda.
Invece gli affamati sono l'altra faccia della medaglia del nostro essere
sazi: c'è una interconnessione tra le due situazioni. Sembra assurdo, ma la
verità è che dai Paesi in cui si addensano i denutriti è incessante la
partenza di carghi aerei e navali con prodotti alimentari diretti ai Paesi
del Nord in cui abbondano gli obesi. Infatti per pagare i debiti contratti
con il sistema creditizio internazionale i Paesi poveri sono costretti, dal
Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, ad attuare una
politica rivolta ad aumentare le esportazioni: perciò la loro agricoltura
deve far posto alla soia, ai cereali, alla verdura, alla frutta, al caffé,
al cacao, per i consumatori del Nord, espellendo la produzione per il
consumo interno dai terreni migliori e relegandola su quelli marginali. La
produzione per l'esportazione avviene così a spese della produzione di cibo
per la popolazione locale. Soia e cereali, coltivati distruggendo le foreste
del Sud, vengono usati per l'alimentazione degli allevamenti animali che
forniranno bistecche e hamburger ai consumatori del Nord: è la cosiddetta
hamburger connection. Queste terre deforestate per la produzione di soia e
cereali potrebbero produrre cereali sufficienti a sfamare i milioni di
persone denutrite del Sud. Quindi noi non possiamo dirci estranei al
meccanismo che causa la fame di milioni di persone: noi con la nostra
eccessiva sazietà, con le nostre dannose obesità, con la nostra dieta
supercalorica e carnocentrica. Cambiare il nostro modello di alimentazione è
necessario e urgente: lo esige innanzitutto la giustizia.

Una prima priorità è cessare, sia pur gradualmente, di consumare carne. I
più accaniti carnivori sono gli Stati Uniti con 110 kg pro capite l'anno,
noi italiani ci attestiamo su 80 kg pro capite. La carne è uno degli
alimenti più dispendiosi che esistano. Un carnivoro mangia quanto sette
vegetariani, perché ci vogliono sette calorie vegetali per produrre una
caloria animale, ossia servono 7-8 kg. di vegetali per far crescere di un kg
un vitello, ne servono quattro per far crescere di un kg un maiale. Inoltre
dobbiamo fuoriuscire dalla dieta carnea perché è fonte di sofferenza per gli
animali. Centinaia di milioni di bovini, suini, ovini e miliardi di polli
sono allevati in stalle-lager e macellati orrendamente.

Né va trascurato l'aspetto ecologico: gli allevamenti animali sono
responsabili del 18% dell'effetto serra antropico: se per produrre un kg di
cereali si provoca l'emissione di un kg di CO2, per un kg di carne si arriva
all'emissione di 10 kg. Gli animali perfino morti inquinano, con gli scarti
dei macelli, un tempo riciclati in farine per le mucche da latte, fino
quando nel 2000 è scoppiato il caso della "mucca pazza".

L'obiezione più frequente contro l'abolizione della carne dai nostri piatti
riguarda le mitiche proteine animali. Le proteine animali possono essere
sostituite con proteine vegetali, contenute nei legumi (soia, lenticchie,
ceci, fave, azuki, fagioli, piselli), nei semi e frutti proteici (nocciole,
noci, mandorle, pistacchi, sesamo, girasole, zucca), nei cereali (frumento,
miglio, farro, orzo, mais, riso).

La scelta vegetariana è in stretto rapporto con la scelta nonviolenta, che
viene così estesa anche al mondo degli animali. Aldo Capitini, il noto
teorico della nonviolenza, ha scritto: "Il vegetarianesimo è il rivolgersi a
un gruppo di esseri non umani prendendo l'iniziativa di stabilire un
rapporto di apertura, e non più di indifferenza o di crudeltà. E questo
allargamento fa sì che sia a maggior ragione difficile l'indifferenza o la
crudeltà verso gli uomini? (A. Capitini, La nonviolenza, oggi, Edizioni di
Comunità, p. 62).

In conclusione fuoriuscire dall'alimentazione carnea è una scelta di
giustizia e solidarietà nei confronti degli affamati, di rispetto per gli
animali, di salvaguardia della Terra. È anche una scelta coerente con il
sogno originario di Dio per l'umanità: dopo avere creato l'uomo e la donna a
propria immagine il Creatore assegnò all?uomo un cibo che non lo mettesse in
conflitto con gli animali: "Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e ogni
albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo" (Genesi
1, 29).

Seconda priorità: mangiare prodotti locali o che hanno fatto meno chilometri
per arrivare sul nostro tavolo e naturalmente mangiare prodotti di stagione,
perché quelli fuori stagione vengono da altri continenti. Spostare il cibo
da una parte all'altra del mondo non è una pratica ecologicamente
sostenibile. Basta soffermarci a leggere le provenienze di frutta e verdura
sui banchi di un nostro supermercato: la maggior parte provengono
dall'estero e per di più, in queste settimane alle soglie dell'inverno, sono
prodotti fuori stagione: uva, fragole, pesche, meloni, pomodori! A questa
stregua molti oggi perfino ignorano o hanno dimenticato le stagioni in cui
maturano la frutta e la verdura che mangiamo. Una perdita di memoria che
danneggia l'ambiente e globalizza l'ingiustizia.

Per questo sono nati in questi anni gruppi di consumatori che si sono
associati per scavalcare la grande distribuzione, per procurarsi prodotti
biologici a costi non esorbitanti, per accordarsi direttamente con alcuni
coltivatori locali e rendere possibile la produzione locale per uso locale.
Sono i GAS, Gruppi di Acquisto Solidale. È la logica della "filiera corta",
del fare in modo, ogni volta possibile, che il cibo arrivi sul nostro tavolo
avendo compiuto il minor numero di chilometri. In Veneto, ad esempio, è
stata attuata l'idea dei "ristoranti a chilometri zero". Ne ha parlato la
rivista Altreconomia, di cui la Rete Radié Resch è uno dei soci fondatori:
"L'idea dei ristoranti a chilometri zero, cioè di locali che acquistano solo
materie prime del territorio e di stagione, permette di sostenere i
produttori locali e al tempo stesso di tutelare l'ambiente riducendo i
viaggi che la merce deve fare dal produttore al consumatore, e quindi le
emissioni inquinanti. Se mangiate ciliegie fuori stagione, sappiate che
hanno fatto un volo di 16.000 km per arrivare dall'Australia al vostro
supermercato. Il Boeing che le ha trasportate ha scaricato in atmosfera un
chilo e mezzo di CO2 per ogni chilo di ciliegie. Le pesche cilene invece
hanno fatto 12.000 km che equivalgono a 135.000 litri di kerosene" (P.
Raitano, Metti uno zero nel menù, in Altreconomia, luglio 2007, p. 10).

Il Natale ormai vicino ci trovi solidali e fraterni con tutti i viventi; in
cammino insieme verso un'alba di giustizia.
Con gli auguri per il Natale e l'anno nuovo, un caloroso abbraccio
            Ercole Ongaro

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