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Pio Campo

Come un cielo azzurro che squarcia il petto

Ha compiuto da poco 94 anni ed è mia madre. L’ età l’ha resa più elastica e la vedo guardare il mondo, me, i miei fratelli, la società, con uno sguardo sempre più ampio e comprensivo. Le scelte altrui, comprese le mie, che anticamente l’avrebbero scossa o turbata, la conducono attualmente in un’area di rispetto benevolente, fondato sull’osservazione dell’evoluzione naturale dei fatti e delle circostanze. E non conta più, mi pare, che il suo parere sia favorevole o meno. La vedo ricevere e restituire con un flusso in cui niente è d’obbligo se non l’accettazione dell’altro così com’ è. Le devo anche per questo, il senso di fede nei confronti della vita che comprendo adesso come un processo di evoluzione e non di decadenza progressiva, così come ci fanno credere. Guardandola coi suoi capelli argentati sempre in ordine , il suo sguardo vero, la sua andatura ancora spedita, penso che nessuna plastica potrebbe darle il senso di dignità e bellezza col quale vive la sua età. La danza apre i miei occhi per accorgermi di tutto questo e nell’estendere lo sguardo attorno a me in visioni altre mi permetto anch’io voli più tranquilli su terre che solo alcuni anni fa non avrei osato nemmeno guardare. Danzare e credere in un movimento che si ricrea ogni giorno, significa abbandonarsi al presente e scorgere con lucida chiarezza un filo armonico di continuità che regge la nostra esistenza in un progressione costante. Che lo sentiamo o meno. Per me si tratta di una grande conquista vista tutta la fatica che ho fatto, turbato dai segni del passato e sempre proiettato su uno stato di ansia che il futuro rappresentava per me. Se qualcuno dovesse ironicamente sospettare che parlo come se fossi arrivato al traguardo, vorrei tranquillizzare affermando che inciampo spesso, a volte cado e ancora, a volte, veglio in notti inquiete ma…Qualcosa è successo in me da quando la danza mi ha preso con sé e mi ha fatto iniziare un viaggio infinito. Ritornare al corpo ascoltandolo, sentire che ogni sua parte è un invito al movimento e non alla cristallizzazione mi fa percepire l’evoluzione costante alla quale siamo chiamati, il diritto alla pienezza, alla gioia, al senso del senso che ogni giorno può avere quando abitiamo in noi, avendo cura di rispettare e vivere la nostra immagine più vera. Identità riconquistata. Senza questo passo ritengo inutile per me lo sforzo di andare incontro all’altro o qualsiasi iniziativa per stare nella società attuale cercando vie d’uscita alla distruzione. Ritengo invece, perché la mia pelle me lo dice, che posso comunicare senza annullarmi e abbandonarmi così al piacere di costruire essendo definitivamente me stesso. Lo scorso luglio ho chiuso alle mie spalle la porta della casa nella quale ho vissuto negli ultimi vent’anni. Non lo avevo mai sospettato. Ma nel comprendere che danzare significa anche percepire che una tappa della vita può concludersi ho vissuto il movimento come un segno concreto di trasformazione, al di là di qualsiasi rassicurazione che non fosse quella di ascoltare intimamente la voce che mi abita. Ricordo che nel primo viaggio in macchina in direzione a una destinazione incerta ho guardato il cielo azzurro che avevo di fronte guidando e ho sentito il petto squarciarsi e aprirsi e farsi cielo. Poi nel bosco dove ho vissuto per qualche settimana, immerso nella necessità di incontrare un silenzio che trasformasse le voci che mi assordavano, ho ritrovato il mio respiro e l’ho sentito prendere nuove forme. Mi sono ricordato che esiste il giorno e la notte e un’alternanza naturale di voci. Gli alberi che al mattino si protraggono verso l’alto e che al crepuscolo si impigliano in luci soffuse e danno spazio al buio progressivo, all’attutirsi dei dettagli per far sì che la pelle possa raccoglierne altri e fremere, rabbrividire, tremare. Occhi di animali e sospiri di foglie. Lo sguardo attento dei rami e delle lucertole, la lingua carica di messaggi del serpente e il volo pigro di un falco. Parlando poco e ascoltando molto ho percepito in quei giorni il senso d’unità con quanto ci circonda, con gli altri esseri umani e un centro comune che come un’unica radice ci permette di essere ed essere in crescita. Uscendo dall’isolamento desiderato e tornando in altre danze del quotidiano mi sono accorto di come il mio corpo si fosse aperto e come anche quello che non mi piace e che mi colpisce entra in un’area diversa dove spesso ricordo la Radice comune a tutto e tutti. In un bar della stazione di Milano sono in fila per pagare il mio panino. La cassiera lancia improperi al signore davanti a me per motivi che non ho compreso. Me la trovo ora di fronte con gli occhi accessi e la collera in tumulto. Non so come, rivado velocemente e senza alcuna intenzione di farlo alle voci della notte nel bosco, ad altri occhi che mi incontrano nel buio e la guardo così, con questo sorriso che mi nasce dal respirare profondamene. Lei cambia e mi restituisce il sorriso e cresciamo in quell’istante forti di un centro comune che ci abita. Un passo piccolo incontro a qualcosa che cambia direzione e si allinea con una umanità diversa. Lei invece non mi guarda nemmeno, ha la testa inclinata verso l’alto, la bocca socchiusa e il corpo come parte della sedia sulla quale affonda. Non conosco la sua storia ne’ il suo nome. Vive in una istituzione in Brasile che ospita venti donne abbandonate dalle famiglie. Un universo diverso dove abita la schizofrenia per alcune, la disabilità fisica per altre. Lì danzo il respiro che mi muove, la coscienza di me in cammino, la cura che ho nell’ascoltarmi e nel non perdermi. Le metto la musica fra le mani e sul naso e lei, senza alcuno preavviso, scoppia a ridere, presente a tutto, a me, alle altre. Poi ripiomba nel suo stato precedente ma, qualcosa è cambiato. Il mio gatto nero mi viene incontro al mattino quando apro la porta. La sua coda accompagnano in ogni gesto e se mi siedo mi viene a cercare e guarda un film nel computer. È di Almodovar, non sapevo che gli piacesse tanto. Me lo ha rivelato la pelle che ascolta la sua. Fusa. Fra un seminario e un altro in Italia mi concedo una settimana con mia madre. Mi accompagna alla porta se esco a fare una passeggiata ma passiamo molto tempo seduti; io leggo e lei prega. A volte ci diamo la mano e sentiamo senza dircelo quella stessa radice che ci unisce al gatto nero, alla cassiera della stazione, alla signora di cui non so il nome nell’istituto in Brasile, agli alberi del bosco, all’alternarsi del giorno e della notte con le loro voci, diverse. Questa è la danza per me, questo il mio respiro. E il desiderio di svegliarmi al mattino profondamente grato e dire grazie al vento che oggi ha riempito il cielo di nuvole.

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