Frei Betto
La nostra voracità consumista
Secondo il filosofo Edgar Morin, la scienza, nel cercare la propria autonomia dalla tutela della religione e della filosofia, ha raggiunto i propri limiti etici, per esempio la produzione di armi di distruzione di massa. Gli scienziati non dispongono di risorse per controllare gli effetti della loro opera. C’è un divorzio tra la cultura scientifica e quella umanistica. Esempio paradigmatico di questo divorzio è l’attuale crisi economica. Chi è il colpevole? Il mercato? Dire di si è lo stesso che attribuire al computer la responsabilità di un romanzo di pessima qualità letteraria. Uno dei sintomi nefasti dei tempi in cui viviamo è il tentativo di ridurre l’etica alla sfera privata. Al di là di questa, tutto è permesso, soprattutto quando si tratta di rafforzare il potere e accrescere la ricchezza. Obama ha ammesso la tortura dei prigionieri che hanno suggerito la pista di Bin Laden, e non ci sono state proteste sufficientemente energiche perché arrossisse di vergogna. La globocolonizzazione, inaugurata dalla caduta del Muro di Berlino, conosce ora la sua prima crisi economica. E essa esplode nel ventre della frammentazione della modernità. Polverizzate le grandi narrazioni che orientavano la modernità, si apre l’ampio spazio del relativismo. Il progetto emancipatorio si dissolve nel terrorismo e nell’assistenzialismo compensatorio, assetato di voti. Il futuro scompare. Per i paladini del neoliberismo, “la storia è finita”. Il presente è oggi, il moto perpetuo. Il passato, mera evocazione, come un quadro che si contempla sulla parete di un museo. Non si vuole fare i conti con esso. Grazie alle nuove tecnologie, lo spazio si è contratto e il tempo si è accelerato. L’altro lato del mondo sta subito lì e quel che succede là è visto qui in tempo reale. Tutto questo influisce sui nostri paradigmi e sulla nostra scala di valori. Paradigmi e valori suonano come i racconti delle fate se comparati agli studi di bionanotecnologia. Il mondo reale si è scisso e non si combina con il suo doppio virtuale. Via internet, chiunque può assumere identità multiple, e portare avanti i discorsi più contraddittori. Ora, tutti possono essere simulacri di se stessi. Non ci sono più proposte di liberazione che fomentino utopie, nutrano speranze e seminino ottimismo. Nel guardare dalla finestra, non c’è orizzonte. Quel che si vede rafforza il pessimismo: il riscaldamento globale, la danza speculativa, l’assenza di etica nel gioco politico, la legge del più forte nelle relazioni internazionali. L’insostenibilità del pianeta. Se non c’è un futuro da costruire, vale la regola del prigioniero confinato nella sua cella: approfittare al massimo del qui e ora. Non interessano più i principi, contano i risultati. Il sesso si separa dall’amore come gli affari dall’attività produttiva. La cultura del consumismo suscita due reazioni contraddittorie: la pulsione all’acquisto del nuovo e la frustrazione per non aver avuto tempo sufficiente per usufruire del “vecchio” comprato ieri… La competitività governa le relazione tra le persone e le istituzioni. Siamo tutti aggrediti da una permanente sensazione di insaziabilità. Niente riempie il cuore umano. E ciò che potrebbe farlo non fa più parte del nostro universo teleologico: il senso della vita come fenomeno non solo biologico, ma soprattutto biografico, storico. Ora la voracità consumista proclama la fede che identifica l’infinito nei beni finiti. Il principio del limite viene guardato come anacronistico. A nostro rischio, perché ogni sistema ha il suo limite, dalla vita umana al mercato. Sappiamo per esperienza personale quel che succede quando si tenta di ignorare i limiti: il sistema si guasta. Ma, trattandosi di finanza non ci si credeva. La ricchezza dei padroni del mondo sembrava scaturire da un pozzo senza fondo. Due dimensioni della modernità sono andate perdute in questo processo: la dignità del cittadino e il contratto sociale. Marx sapeva che la borghesia, ai suoi primordi, era una classe rivoluzionaria. Quel che ignorava è che essa avrebbe rivoluzionato il mondo in modo tale da eliminare la propria cultura borghese. I valori della modernità scompaiono a causa della mercantilizzazione di tutto: sentimenti, idee, prodotti e sogni. Per il neoliberismo, la società non esiste, esistono gli individui. E essi, sempre di più, scambiano la libertà con la sicurezza. Come dimostra questo singolare esempio di mercantilizzazione post-moderna: l’aspra disputa per il controllo del mercato delle anime. Le religioni tradizionali perdono i propri spazi territoriali e il numero dei fedeli. Ora, nel bazar delle credenze, la religione non promette il cielo, ma la prosperità; non promette la salvezza, ma la sicurezza; non promette l’amore di Dio, ma la fine del dolore; non suscita impegno, ma consolazione. Così l’amore e l’ idealismo vengono relegati nel regno delle parole innocue. Lucro e utile personale sono le cose che contano. La ruota della fortuna. Ciò che distingue la modernità dalle epoche anteriori è la nostra capacità di creare e distruggere, distruggere e creare, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e migliore. Non c’è più niente che duri. Oggetti che, in una stessa famiglia, accompagnavano generazioni, passavano da genitori a figli, nipoti e pronipoti, non esistono più. L’ epoca dei musei delle antichità è finita. Non ci sarebbe spazio sufficiente per accogliere tanti modelli di macchine, che si succedono di mese in mese, o generazioni di computer, che nascono semestre dopo semestre. Il processo di obsolescenza non tocca soltanto gli oggetti. Influisce anche sulla cultura e sul comportamento. Perché devo restare fedele, oggi, a principi e valori che mi orientavano ieri? Ieri mi conveniva sognare un mondo più giusto, impegnarmi per il cambiamento della realtà, conservare un atteggiamento etico diverso da quello di coloro che mi servivano da antimodelli ed erano i miei potenziali nemici. Non volevo essere come loro. Ora il mondo è cambiato, ed io con lui. Anche il mio idealismo è diventato obsoleto. Non accarezza più la mia vanità, né mi porta vantaggi. È finito il mondo nel quale c’erano eroi, prototipi, modelli da seguire: Gandhi, Mandela, il Che. Oggi i modelli da imitare sono persone che hanno successo nel mercato, celebrità, questa gente bella e ricca che ostenta il lusso, scoppia di salute e occupa sorridente le pagine delle riviste di varietà. Che vantaggi ho a trascinare nella post-modernità un mondo obsoleto, che nessuno ammira più e del quale nessuno vuole più sentir parlare? Il Muro di Berlino è caduto, chi ha seguito principi etici non ha raccolto fortune, gli antichi valori suonano oggi come cose di cattivo gusto, superate. Povero me, se insisto nel restare attaccato a loro! Sono cose obsolete. Oggi viviamo in un mondo nuovo nel quale tutto deve essere continuamente messo da parte, scartato. Dal mio computer all’automobile, dallo stile di vita all’arte, tutto quello che oggi è in domani sarà out. Devo mantenermi vigile in questo sforzo permanente di aggiornamento. E non chiedetemi coerenza! Se il mio stesso aspetto soffre di frequenti modificazioni a causa di esercizi fisici e trattamenti estetici, perché la mia identità dovrebbe restare immutabile? Sì, ieri io ero di sinistra, dal punto di vista ideologico, sostenevo la causa degli oppressi, partecipavo a manifestazioni di protesta, esprimevo la mia indignazione di fronte a questo mondo ingiusto. Ma, nessuno è di ferro! Se ho il coraggio di cambiare il mio aspetto per mantenermi eternamente giovane e seducente, perché non dovrei cambiare anche la mia posizione ideologica, i miei principi e ideali di vita, per non perdere il treno della contemporaneità? Lo so bene: la testa pensa dove poggiano i piedi. Conosco gli antichi compagni – anche loro obsoleti – che non hanno avuto la mia stessa fortuna e continuano ad avere a che fare tutti i giorni con il calvario dei conti e dell’affitto da pagare, della vecchia automobile da conservare, della modesta casa che avrebbe bisogno di lavori. Capisco che coltivino ancora valori obsoleti e sognino un altro mondo possibile, anche se senza lo stesso impeto di un tempo nel credere di poter forgiare il futuro con le proprie mani. Per fortuna, con me la vita è stata generosa. Grazie a quei principi obsoleti sono salito a funzioni di potere, mi sono distaccato dal popolo, ho acquisito prestigio e visibilità. Ho cambiato casa, guardaroba e moglie. Dispongo di un conto in banca che cresce mese dopo mese e mi permette di godere di quei piaceri che anni fa non avrei mai sognato di potermi permettere. Oggi sono amico e collega di molti che ieri erano miei nemici e oggetto delle mie dure critiche. Questo è ovvio: il mondo gira e tutto cambia. Non posso correre il rischio, ora, di precipitare dalle vette che ho raggiunto, dopo una difficile scalata e tornare alla vita anonima afflitta da debiti e difficoltà. Non sono capace di considerarmi come passeggero di un autobus, né di perdere il tempo con coloro che sono ostaggi di una esistenza modesta. Non che li disprezzi. Lungi da me. Ma ho troppi interessi da preservare e non devo correre rischi. Se perdo la mia posizione sociale, se torno al mondo obsoleto, come potrei mantenere il mio confortevole tenore di vita, la casa di campagna, quella al mare, le ferie all’estero, un’auto nuova ogni anno? Come potrei concedere a figli e nipoti quel benessere che io non ho mai avuto durante l’infanzia e l’adolescenza? La vita presenta dei cambiamenti e in questo mondo di dura competitività bisogna avere sempre in mano il Manuale di Sopravvivenza nella Giungla. Vivo in mezzo ai leoni e so bene come si preparino ad attaccarmi e vogliano farmi a pezzi. Mi sforzo - in questa feroce disputa per un posto al sole - per non diventare, anch’io, un essere da scartare, distruggere, obsoleto. Coltivo oggi la chiara certezza che vale la pena di sottoporsi a dei rischi solo quando si vive una vita mediocre, anodina, di animale del branco. Ora che ho raggiunto una posizione di visibilità personale, in questo mondo di anonimi, e sono diventato una persona che si differenzia dal volgo, devo solo stare attento a non diventare un essere obsoleto. Non devo più guardare indietro, al passato, dove giacciono dimenticati i miei ex-eroi, né guardare al futuro, come se lì ci fosse una prospettiva storica. Mi basta guardare dentro di me e saper sfruttare al massimo ciò che ho di meglio: l’acutezza della mia intelligenza, la forza della mia volontà e il potere di usare il mio ruolo politico per ottenere vantaggi personali.

